PRIMA CHE NASCA UN VIAGGIO VIVENTE

PRIMA CHE NASCA UN VIAGGIO VIVENTE

Il richiamo delle terre

Prima che nasca un viaggio, dentro di me c’è una nebulosa.

Uno spazio ancora senza forma, dove non esistono strade, non scorrono fiumi, non ci sono città, templi, montagne, né volti da incontrare.

Non conosco ancora i colori di quella terra, il suono della sua lingua, il profumo dei suoi mercati.

C’è soltanto un nome.

Il nome di un luogo che, per qualche ragione che non so spiegare, comincia a chiamarmi.

E lo ascolto.

Non cerco subito di comprendere perché proprio quella terra, perché proprio in quel momento della mia vita. Non ho bisogno di trovare una spiegazione a tutto ciò che sento.

Comincio semplicemente ad avvicinarmi.

Cerco una strada per arrivarci, mentre dentro di me si apre lentamente uno spazio, una disponibilità all’incontro con qualcosa che ancora non conosco, ma che in qualche modo sento già appartenere al mio cammino.

Poi arriva il giorno in cui parto.

E quella terra, che fino a quel momento era soltanto un nome, comincia ad avere un corpo.

Le strade, i fiumi, le montagne, i villaggi, le città. Le voci delle persone, i gesti quotidiani, i templi, le preghiere, la storia che continua a vivere nei luoghi e negli occhi di chi li abita.

Cerco di entrare in relazione con tutto questo.

Non soltanto di vedere, ma di ascoltare.

Mi piace attraversare i mercati all’alba, quando la vita comincia a muoversi e ogni gesto sembra appartenere a un ritmo antico. Osservare le mani che preparano il cibo, le donne che sistemano i fiori, le offerte portate ai templi, le persone che si incontrano, che lavorano, che aspettano.

Mi interessa quel modo particolare che ogni popolo ha di abitare il mondo.

Per questo non cerco necessariamente alberghi bellissimi, luoghi perfetti o comodità che potrebbero farmi dimenticare dove mi trovo.

Cerco piuttosto di avvicinarmi all’espressione viva di una terra.

Al suo respiro.

Al modo in cui le persone si muovono, si guardano, si salutano, condividono il tempo, attraversano la gioia e la fatica del vivere.

E mentre cammino, mentre mi fermo, mentre osservo, qualcosa comincia a muoversi anche dentro di me.

A volte mi perdo.

E proprio quando mi perdo, scopro di potermi ritrovare in un modo nuovo.

Una strada che cambia, un incontro inatteso, un programma che non si realizza, una direzione che improvvisamente si apre.

Quello che prima avrei potuto considerare un imprevisto diventa una possibilità.

E allora sento la vita allargarsi.

Come se, lasciando andare per un momento il bisogno di sapere dove sto andando, potessi entrare in una corrente più grande, un flusso in cui ogni cosa può diventare occasione di scoperta, di relazione, di trasformazione.

Non sono più soltanto io che attraverso un territorio.

È anche quel territorio che attraversa me.

Mi accorgo che ogni luogo possiede un proprio ritmo, un tempo che non sempre coincide con il mio. E allora imparo ad aspettare, a rallentare, a lasciarmi sorprendere, ad ascoltare ciò che accade senza volerlo immediatamente trasformare in qualcosa di conosciuto.

Poco alla volta, quella terra comincia ad abitarmi.

E nascono i racconti.

Le parole che scrivo nei libri, le immagini che condivido, le storie che porto agli amici, i piccoli frammenti di vita che cerco di restituire attraverso ciò che ho visto, ma soprattutto attraverso ciò che ho sentito.

Perché ci sono luoghi che si possono descrivere, e altri che continuano a vivere dentro di noi anche molto tempo dopo averli lasciati.

Quando torno a casa, tutto questo comincia lentamente a riunirsi.

Le strade percorse, gli incontri, le emozioni, le difficoltà, le scoperte, le possibilità che si sono aperte lungo il cammino.

Quella nebulosa iniziale, che conteneva soltanto un nome, adesso è diventata un universo di esperienze.

Ed è proprio allora che comincia a nascere un altro viaggio.

Quello che desidero condividere con altre persone.

Raccolgo i luoghi, immagino i percorsi, cerco connessioni, creo le condizioni perché anche altri possano incontrare quella terra, ciascuno con la propria storia, il proprio sentire, il proprio modo di stare nella vita.

Non desidero semplicemente accompagnare qualcuno a visitare un Paese.

Desidero aprire uno spazio in cui il viaggio possa diventare un’esperienza viva, dove incontrare un’altra cultura significhi anche incontrare parti di sé che forse non avevano ancora trovato il modo di esprimersi.

Perché ogni viaggio che preparo è nato, molto prima, da un viaggio che ho vissuto.

E ogni volta mi accorgo che non porto le persone soltanto nei luoghi che ho attraversato.

Le accompagno verso quelle possibilità che quei luoghi hanno aperto dentro di me, sapendo che ciascuno vi incontrerà qualcosa di diverso, qualcosa che non posso prevedere né decidere al suo posto.

Forse è proprio questo, per me, il senso più profondo del viaggiare.

Partire senza sapere completamente che cosa stiamo cercando, lasciare che la vita ci incontri lungo la strada e scoprire, al ritorno, che quel luogo lontano non è più soltanto un punto sulla carta geografica.

È diventato parte di noi.

E forse, mentre pensavamo di andare a conoscere una terra, era anche la vita che stava cercando una nuova strada per raggiungerci.

I Viaggi Viventi